t.rex
MARC BOLAN
16-09-1977
16-09-2017

You were my silver, you were my gold
You were all the things that can't be told 

(thanx Rick).
Fly high on a white swan my beautiful mate.
You'll never walk alone.

Le Stelle di Mario Schifano: Dedicato a... (1967)

le stelle di mario schifanoIl quartetto "Le Stelle", si forma in Veneto nel 1967 dall'incontro dell'ultimo bassista dei Giacobini e dei New Dada Giandomenico Crescentini con il chitarrista Urbano Orlandi, i quali reclutano a loro volta il tastierista Nello Marini (ex Wretched poi nei Venetian Power) e il batterista alessandrino Sandro Cerra.

Stabilitisi a Roma, i quattro vengono introdotti da un vecchio amico di Orlandi Ettore Rosboch al trentatreenne artista Mario Schifano, all'epoca nella sua più intensa fase lisergica e cinematografica ed interessato a implementare in Italia quel discorso psichedelico-multimediale tipico della Pop Art che già seguiva dal 1962.

La sinergia artistica col maestro funziona e i quattro musicisti vengono scritturati per un primo concerto nel settembre del '67 nel Teatro capitolino di Via Belsiana (gestito da Alberto Moravia e Dacia Maraini) in cui, sotto il nuovo nome di "Le Stelle di Mario Schifano", eseguono brani propri mentre su di loro vengono proiettate immagini dal film "Anna Carini in agosto vista dalle farfalle" dove per intenderci Anna Carini era la ragazza di Schifano, nonchè conduttrice con Giancarlo Guardabassi del noto programma radiofonico "Countdown".

L'impatto di critica è notevole e Schifano programma una seconda data romana al Piper che, come vederemo, si terrà effettivamente il 28 dicembre del 1967.
Nel contempo "Le Stelle" migrano a Torino, sia per tenere una serie di concerti al Club Perla, sia per registrare al "Fono Folk Stereostudio" quello che sarà il loro primo ed unico lavoro su vinile: "Dedicato a…", inciso per la minuscola discografica milanese BDS (costola dell'Ariston) e pubblicato nel Novembre 1967 in circa 500 copie (ma la cifra esatta non è nota), di cui si racconta che le prime 50 fossero in vinile rosso, anche se in realtà oggi sappiamo che furono molte di più.


Terminata l'esperienza torinese, il gruppo torna a Roma per presenziare a quello che sarà il primo grande happening della musica psichedelica Italiana: "Grande angolo, sogni e stelle" (28/12/1967) con musica live, proiezioni miste su quattro schermi panoramici e ospiti di prestigio tra cui l'assistente di Andy Warhol, Gerard Malanga, che di lì a poco avrebbe fondato "Interview".

dedicato a... 1967Purtroppo, la risonanza dello spettacolo non aiutò molto la carriera delle "Stelle", sia per un sopraggiunto disinteresse di Schifano nel proseguire quel filone artistico, sia per irreversibili tensioni interne al gruppo che si scioglierà l'anno successivo dopo un 45 di scarso successo.

Il solo Nello Marini proseguirà la carriera a partire dal collettivo dei Venetian Power.
"Dedicato a…" è oggi uno dei vinili più rari che esistano in Italia.
Praticamente sconosciuto prima di essere stato ristampato (spesso male e con la grafica scorretta o troppo ritoccata) e rivalutato dal fenomeno delle "Conventions ", le sue quotazioni oscillano oggi anche oltre i 3.500 a euro per una copia mint in vinile nero.

Comunque, al di là delle iperquotazioni, la rarità di questo pezzo da museo ha motivazioni certamente plausibili.

Per prima cosa, il prezzo di vendita originale sembra oscillasse dalle 2.500 lire nei negozi a circa 40.000 lire nelle gallerie d'arte (quindi l'edizione contenente le litografie numerate dell'artista romano) , cifra proibitiva per la maggior parte del mercato giovanile (un prodotto "borghese", insomma). La scarsa distribuzione fece poi il resto.
Secondo: fu un irripetuto esempio di psichedelia italiana ante-litteram che, sia per la sontuosa veste grafica concepita da Schifano in persona, sia per l'estrema trasversalità della musica, venne percepito più come un prezioso oggetto d'arte che non come un comune disco in vendita nei normali circuiti commerciali.


Musicalmente, il groove del disco si divide in due parti distinte.
La prima facciata è occupata dalla una lunga improvvisazione surreale "Le ultime parole di Brandimante…" (17' ca.) che ben riflette quelle che dovevano essere le performances del gruppo.


stelle di mario schifanoLa timbrica è aggressiva e molto più vicina all'avanguardia pura che non al rock psichedelico, con un trasporto emotivo che aumenta man mano che ci si avvicina al finale (che viene ironicamente contaminato con la sigla televisiva RAI della "Fine delle trasmissioni").

Tecnicamente altalenante, l'esecuzione è finalizzata a creare un trasporto emotivo piuttosto che musicale ed è sicuramente un esempio più unico che raro nell'Italia degli anni '60.
Meno stridente è invece il secondo lato che presenta momenti di
psichedelìa più strutturata, tra cui l'affascinante "Molto Alto" e la Velvetiana "Susan Song": sicuramente la canzone meglio arrangiata del disco.
Successivamente, si procede senza infamia e senza lode con "
E dopo" e "Intervallo", mentre spicca per fascino l'arabeggiante finale "Molto Lontano (a colori)".

Molto trasgressivo ma all'epoca commercialmente poco recepito, "
Dedicato a…" resta un tassello prezioso e deviato rispetto al resto del Beat.
La sua rivalutazione
ex-post lo ha portato oggi ad essere considerato un album "seminale", anche malgrado un lungo oblìo durato oltre vent'anni.
Dargli un peso eccessivo equivarrebbe ad osare sul terreno del
revisionismo, ma sarebbe un crimine trascurare il suo innegabile valore artistico e testimoniale.Un capolavoro da aprezzare e assolutamente da non perdere.

PS: "Susan song" non vi ricorda qualcosa delle Orme?

Chetro & Co. : Danze della sera/ Le pietre numerate (1968) - Parte 1

Danze della seraNEL CARO RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI,
ASSASSINATO DALLA BARBARIE UMANA 
IL 2 NOVEMBRE DEL 1975.


 UN GRAZIE DI CUORE A GIANFRANCO COLETTA PER LA SUA PREZIOSA TESTIMONIANZA


Nella seconda metà degli anni ’60, il boom rivendicativo prende il posto quello economico e larghe fasce di popolazione cominciano a mettere in discussione quel modello di sviluppo che aveva certamente portato alla ricostruzione e al benessere, ma anche alle prime grandi contraddizioni sociali

Emergono così in un contesto sospeso tra innovazione e progresso, condotte di aggregato sempre più conflittuali: un’inedita generazione di disobbedienti che ebbe come obiettivo quello di destrutturare il sistema per ricomporlo in funzione delle proprie esigenze quotidiane.
Iniziano dunque gli anni più creativi della nostra nazione: un fermento straordinario al quale contribuirono non solo i nomi più conosciuti, ma le avanguardie tutte, incluso quelle più marginali e stravaganti

Per quanto concerne la musica, per esempio, due furono gli apertori del nostro stile psichedelico che, pur se di nicchia, poco o nulla ebbe da invidiare a quello angloamericano: Le Stelle di Mario Schifano di cui abbiamo già parlato in questa sede e i romani Chetro & Co, ovvero il duo di chitarristi Ettore De Carolis detto “Chetro”, classe 1940 e Gianfranco “Franco” Coletta di circa 10 anni più giovane. 

Pier Paolo Pasolini
Dei due musicisti, il De Carolis, di formazione jazz, vantava già un solido bagaglio di esperienze, avendo frequentato per diversi anni il Folkstudio, accompagnato in Italia e all’estero la popolare cantante folk Gabriella Ferri, suonato con Marino Barreto Jr. e Amalia Rodriguez e, nel 1967, con la backing band del cantante Mario Zelinotti, noto per aver cantato Cuore Matto a Sanremo in coppia con Little Tony

Coletta invece, suonava in un piccolo gruppo insieme al fratello, e quando nella primavera del 1967, dopo aver vinto un concorso a Pomezia, gli venne chiesto di raggiungere proprio la band di Zelinotti, non se lo fece ripetere due volte e trascorse con lui la stagione estiva alla “Risacca” vicino a Roma, suonando i Beatles e i Rolling Stones.
Arrivato l’autunno però, decide insieme al De Carolis e al bassista Giorgio di Canio di mettersi in proprio per formare “un gruppo senza batteria”. Nascono così i Chetro & Co. in origine un trio, poi costituito dai soli Coletta e De Carolis.

Per quegli anni però, la loro musica è totalmente disallineata, e la scarsità di spazi dal vivo dove esibirsi impone loro una scelta: o mollare il colpo, o proporsi a una discografica. 
Trovano così un mentore entusiasta: il produttore Vincenzo Micocci che nel 1966 aveva aperto una propria casa discografica (la Parade con sede in Viale Buozzi al 3 e distribuita dalla Decca), che non solo li scrittura, ma da loro carta bianca e li convoca in sala di registrazione per incidere quello che sarebbe stato il loro unico straordinario 45 giri: “Danze della sera (Suite in modo psichedelico)” / “Le pietre numerate”. 

Psichedelia Italiana
Supportati per l’occasione dal bassista Gianni Ripani e dal batterista jazz Gegè Munari - che però non compare nei credits del disco - i Chetro & Co ebbero anche, almeno per la prima facciata, un paroliere d’eccezione, Pier Paolo Pasolini, che concesse loro 12 versi del suo poema “Notturno”, tratto dalla raccolta del 1958 “L’usignolo della chiesa cattolica”, poi impiegati integralmente nel finale. 
Le pietre numerate” venne invece presentata come una “filastrocca con musica ispirata a un tema di Miles Davis”. Ma non solo. 
Lo stesso Pasolini all’epoca contestatissimo e innominabile, presenziò anche al lancio del disco presso il “Vum Vum” di Roma nientemeno che con Ennio Morricone, grande amico e già collaboratore di Micocci ai tempi della sua direzione alla RCA

Fermo restando che l’aggettivo psichedelico venne affibbiato d’ufficio dal Micocci e sempre rifiutato dal De Carolis (mentre Coletta lo accettò non tanto come stile quanto come momento culturale), non si può onestamente negare come entrambi i lati del disco spandessero aromi lisergici che però, a differenza dei contemporanei “Le Stelle di Mario Schifano”, erano frutto di una strumentazione totalmente acustica. 

In “Danze della sera” particolari tecniche d’incisione fecero si che le chitarre “evocassero timbri di liuti, tiorbe e spinette”, mentre in “Le pietre numerate” il gruppo si avvalse di una sezione di ance doppie composta da un oboe, un corno inglese e un heckelphon (una specie di oboe baritono). In più, si aggiunse una “violaccia”, strumento ad arco a 6 o 10 corde inventato dal De Carolis che ricordava a volte la vielle à roue dei trovatori francesi, e a volte certi strumenti orientali.

SEGUE NELLA SECONDA PARTE

Chetro & Co. : Danze della sera / Le pietre numerate (1968) - Parte 2

Ettore De Carolis, Marisa Solinas e Gianfranco ColettaConfezionato in una magnifica copertina apribile ricavata da un collage dello stesso De Carolis, il disco vendette poco o nulla, anche a causa della censura della Rai, allora unico canale di diffusione alternativo alle serate dal vivo. 
Tuttavia, il riconoscimento a posteriori della sua genialità lo avrebbe reso un oggetto di culto. 
E ascoltandolo si capisce il perchè. 

L’impatto sonoro è davvero di quelli che non si dimenticano, ed è straordinario dover riconoscere quanto Chetro & Co. si fossero spinti oltre i limiti del loro tempo storico. E non solo per stile, ma anche per le tecniche utilizzate.

In “Danze”, oniriche atmosfere a mezza via tra il beat più lisergico e un ipnotico mantra indiano si irrancidiscono sempre più grazie alla stridente voce di Coletta, allora poco più che sedicenne. 
 Echi liturgici e aromi West Coast rendono poi il brano ancora più hard, ma proprio al culmine della tensione, tutto muta radicalmente: un breve ponte acustico e le atmosfere si placano per dar massimo risalto agli aspri e profani versi di Pasolini
 La voce si appoggia dolcemente sulle parole e dopo un finale di pura poesia tutto si interrompe sui versi: “Ma con voi è lontano di questo cielo il Dio che io non so né amo”. Uno schiaffo secco all’ipocrisia borghese che fu poi il motivo della censura. 

Meno strutturata, decisamente più breve, ma ancora più ipnotica è invece “Le pietre numerate”, come abbiamo detto ispirata a quella “Milestones” di Miles Davis tagata1958. In realtà, ad essere onesti, più che di “ispirazione” si dovrebbe parlare di “cover” essendo l’incipit e la melodia dei Chetro sostanzialmente identici all’originale. 
Di diverso c’è solo il groove che traghetta il primigenio spirito “modale” di Davis in una litania psichedelica comunque di alto profilo. 

A differenza della facciata opposta, qui l’agnostica spiritualità del De Carolis è molto più percepibile. Il tema portante è il viaggio dell’uomo verso “qualcosa” o “qualcuno”, insistentemente evocato dal pronome “te” al quale secondo l'autore “ciascuno può dare l’immagine o il significato che la fantasia gli suggerisce”. 

Chetro & Co.Lungo il cammino il viaggiatore incontra delle pietre numerate (evidentemente pietre miliari, con chiaro riferimento a Milestones) alle quali domanda quanti giorni di cammino manchino per arrivare alla sua meta, ma senza ottenere  risposta. 

 Le pietre sembrano comparire all’infinito, ed è tanto curioso quanto motivo di valenza artistica, come questo tema del viaggio, soprattutto se espresso con un certo tipo di sound, anticipi di almeno due anni lo stile del movimento Underground che connoterà la musica pop nel triennio 70-72. 

Il gruppo non ebbe mai una grossa attività dal vivo: giusto una o due sere alla settimana al Folkstudio
Memorabili però rimasero due spettacoli al Casinò di Venezia con un giovanissimo Giorgio Battistelli alla batteria, e un concerto privato nella casa del regista Dino De Laurentis a Cap Martin per il capodanno 68: serata in cui Coletta, De Carolis e Gegè Munari, si esibirono insieme a una parte dei Procol Harum e ad Alberto Sordi nel ruolo di pianista. 

Suonarono poi in alcune jam session con Steve Lacy e Gato Barbieri all’Accademia di Francia: uno spazio frequentato da artisti e pittori tra cui Mario Schifano, dove fecero capolino anche i Rolling Stones la cui ragazza di Keith, Anita Pallenberg, era amica intima di Gabriella Ferri

I Chetro comparvero infine nel film Diabolik di Mario Bava, sia come attori che come esecutori di un breve spezzone della colonna sonora (quello girato in un cimitero d’auto)

Sempre nel 1968, vennero poi contattati da Micocci, dal paroliere Carlo Rossi, dal batterista Gegè Munari e dai fratelli napoletani Paolo e Bruno Morelli per realizzare un brano che ebbe un successo strepitoso: l’Aquilone

De Carolis e Coletta accettarono, lo pubblicarono per la Parade, e quando il 45 uscì arrivarono immediate le richieste di portarlo in giro per l'Italia. 
A quel punto però, il problema fu che alla base del pezzo non c’era nessun gruppo in grado di fare concerti dal vivo, e se ne dovette rapidamente imbastire uno. 
Nacquero così dalle ceneri dei "Maronti", gli Alunni del Sole: sempre con i fratelli Morelli e un amico del fratello di Coletta, Giampaolo Borra, che se ne partì per Napoli. 

Dopo l'Aquilone, I Chetro durarono ancora qualche mese sin quando le strade del duo si divisero. Principalmente per un sopraggiunto disinteresse di entrambi a continuare il discorso intrapreso sino a quel momento. 
I tempi stavano cambiando e il Prog era alle porte. Coletta entrò prima nella Reale Accademia di Musica e nel 78 raggiunse gli Alunni del Sole ormai già famosi. 
De Carolis proseguì una luminosa carriera di musicista continuando le sue collaborazioni con i più grandi artisti nazionali e internazionali. 
A lui va il nostro più caro ricordo e a Gianfranco, il mio più sincero abbraccio. 

GRAZIE A MUSICITTA'.BLOGSPOT.IT PER LE IMMAGINI 

Torna alla prima parte

The Trip: The Trip (1970)

the trip 1970Come è noto, il "Rock Progressivo Italiano" mosse i suoi primi passi nel 1970.
La sua affermazione nel circuito alternativo però, fu tutt'altro che immediata: infatti, sino alla seconda metà del 1972 - momento in cui la sfera antagonista acquisì una definitiva consapevolezza politica e sociale, affinando anche il discorso musicale - molte bands seguitarono ancora a produrre lavori sospesi tra un passato beat-psichedelico, e un futuro Prog non ancora definito.


Questo fu, per esempio, il caso degli Analogy, dei Circus 2000 e soprattutto, del primo lavoro dei Trip, la gloriosa band transnazionale che col suo sound spalancò le porte di una nuova era.


Nata in Inghilterra nel 1966 con il nome di Trips, la band originale annoverava il bassista Wegg Andersen, il chitarrista Bill Gray (che aveva già suonato con Eric Clapton), un secondo chitarrista di nome Ritchie Blackmore e il batterista Ian Broad.


Sempre nel 1966, i quattro si trasferiscono in Italia su invito dell'ex Camaleonti Ricky Maiocchi, che li vuole come backing-band per qualche mese. Infine, esaurito il rapporto con Maiocchi, i Trips subiscono in poche settimane quelle trasformazioni che li porteranno ad assestarsi definitivamente: Ritchie Blackmore se ne va per fondare i Deep Purple e al suo posto arriva il tastierista savonese Joe Vescovi. Broad invece, viene cacciato dal gruppo per problemi di alcool e di inaffidabilità professionale, e viene sostituito dall'ex "Teste Dure" e "Rogers" Pino Sinnone.


the trip_02Assestata dunque la formazione e ribattezzatosi "The Trip", il neonato quartetto inizia così a proporre un repertorio autonomo che, anche se imperniato fondamentalmente sul Rock-Blues, contiene delle contaminazioni stilistiche originali e soprattutto mai udite prima: utilizzo di vistose parti corali, citazioni classiche, sovversione della forma canzone, uso della rumoristica e grandi galoppate policrome di tastiere e di organo.

Approdati al Piper Club di Roma nel 1969, vennero alfine notati dal produttore Alberigo Crocetta che non solo li fece scritturare alla RCA e incluse il loro brano "Bolero Blues" sulla compilation "Piper 2000" del 1969", ma concretò la loro partecipazione al Festival di Caracalla del 1970 (documentata nel film "Terzo Canale. Avventura a Montecarlo") dove si esibirono con successo davanti a oltre 30.000 persone.
In altre parole: la strada dei Trip era spianata ed ora mancava solo il lancio discografico.


the trip_03Contestualmente al singolo beat "Una pietra colorata", il primo album dei Trip esce a metà del 1970 con una splendida copertina psichedelica dello studio "Up and Down".

Il disco, chiamato semplicemente "The Trip", appariva subito come un qualcosa di anomalo sugli scaffali dei negozi italiani e anche ad un primo ascolto, si capiva che il desiderio di innovazione volesse superare con la creatività, i pesanti limiti tecnologici dell'epoca.
Sin dal primo brano, "Prologo", l'organo di Vescovi sfoggia tutto il possibile in merito a filtraggio e rumoristica (si noti che il tastierista non possedeva un sintetizzatore) per arrivare ad una vera e propria dichiarazione d'amore per l'hard-blues.
Pur nella prevalenza delle tastiere tuttavia, le atmosfere risultano assai variegate e supportate da un sound bilanciato e ben prodotto.


the trip_04La bravura tecnica è fuori discussione e, nel momento in cui si entra nel secondo brano, "Incubi", si assaporano anche le notevoli qualità vocali dei musicisti che ci regalano impasti degni di una blues band, ma proiettati nella sfera iperuranica.

La critica fece occasionalmente notare un lieve scollatura dei cori rispetto alle lineee strumentale, ma per il resto, non erano ravvisabili nè cedimenti d'impatto, né di coerenza timbrica, anzi: il risultato finale era talmente originale, avvolgente e armonioso, che la stessa discografica battezzò quel sound "musica impressionistica".


Pur non suffragato da vendite esaltanti, "The Trip" si ritagliò comunque una sua solida nicchia all'interno dei media che, da quel momento, non staccarono più gli occhi dal gruppo.
Fiero di tanta attenzione, il quartetto manterrà le alettanti promesse artistiche dell'esordio non solo allontanandosi sempre di più dal mainstream, ma implementando con decisione il discorso Progressivo che si tradurrà, nel successivo "Caronte", in una vera e propria icona della musica Pop Italiana.


THE TRIP - Discografia 1970 - 1973:
1970 - THE TRIP
1971: CARONTE
1972: ATLANTIDE
1973: TIME OF CHANGE

Pooh: Contrasto (1968)

pooh contrastoUN POST PIU' PER COLLEZIONISTI CHE PER FANS DEL PROGRESSIVO, MA CHE DESCRIVE BENE COME SI MUOVEVA UN CERTO AMBIENTE DISCOGRAFICO DELL'EPOCA.


Sicuramente non deve essere stato piacevole per un dirigente discografico perdere una miniera d’oro come i Pooh.
Certo è che con la pubblicazione dell'album “Contrasto”, il boss della Vedette Armando Sciascia fece una mossa decsamente sciagurata.
Essa infatti si rivelò non solo un flop commerciale, ma compromise in modo irreparabile i rapporti con la talentuosa band bolognese.

Siamo nel luglio del 1968 e nel giro di due anni i Pooh sono diventati piuttosto famosi: hanno già all’attivo un Lp (“Per quelli come noi”) e cinque singoli di cui l’ultimo del febbraio 68 diventa un monolite della discografia italiana: il vendutissimo “In silenzio”/”Piccola Katy”, prodotto di malavoglia dallo stesso Sciascia che però dovette rapidamente ricredersi.

Sta di fatto che dopo il successo di quel 45 giri, gli impegni dei Pooh aumentarono esponenzialmente così come le richieste di nuovi brani. Alchè la band partì per un tour promozionale che comprendeva serate, interviste e apparizioni televisive come quella a “Settevoci” su invito di Pippo Baudo.

Mentre i quattro ragazzi erano assenti però, al marketing della Vedette venne un'idea geniale: pubblicare un nuovo 33 giri per sfruttare il successo di Piccola Katy. Una trovata commercialmente attendibile non fosse che non vi era sufficiente materiale per realizzarlo.

Sciascia e soci dunque, comiciarono a rovistare negli archivi della Vedette, finchè infine non raffazzonarono undici canzoni di cui due erano quelle del 45 milionario, due erano fillers che sarebbero state successivamente utilizzate come lato B dei 45 giri “Buonanotte Penny” e “Mary Ann” e le altre sette erano sostanzialmente demo, scarti e provini incompleti imbastiti in modo approssimativo e mixati ancora peggio.


Incurante della qualità complessiva del materiale, Sciascia confezionò il tutto in un album chiamato “Contrasto”, ne fece stampare circa mille copie e il 5 luglio del 1968 il disco vide la luce sugli scaffali dei negozi.

pooh contrasto vedette 1968Tra l’altro, non essendo nè FacchinettiNegrini iscritti alla Siae, almeno 8/11 dei brani vennero firmati dallo stesso Sciascia sotto gli pseudonimi di H.Tical e di Pantros e dall’allora arrangiatore Francesco Anselmo, occasionalmente battezzatosi Selmoco.

Negrini, Facchinetti, Goretti e Fogli però, ci misero meno di una settimana ad accorgersi di quella manovra e quando lo fecero, non solo andarono su tutte le furie, ma disposero l’immediato ritiro dell’album dal mercato.


Molte copie andarono al macero come in uso all’epoca per riciclare il vinile e il disco diventò rapidamente una rarità che oggi ha raggiunto cifre ragguardevoli.
A quel punto l'incidente sembrò chiuso, ma le cicatrici non si rimarginarono affatto.

E' vero che i Pooh tornarono in sala di registrazione per incidere il successivo Lp “Memorie(poi pubblicato un anno dopo), ma a quel punto i rapporti con la dirigenza della Vedette si erano definitivamente incrinati
e nei primi mesi del 1970, la band rescisse il contratto con la discografica milanese pur avendo ancora un album da onorare. Cosa che non avvenne.

Facchinetti Negrini Goretti FogliPassati alla multinazionale CBS, avrebbero esordito il 28/4/1971 con "Tanta voglia di lei", singolo ancora più venduto del precedente “In silenzio e da quel momento, si sarebbe spianata per loro la strada del mito.Fortunatamente, non tutte le canzoni di “Contrasto” andranno perdute: “Il cane d’oro” diventerà “Buonanotte Penny”, “La leggenda della luna” comparirà in “Memorie” col titolo di “La fata della luna” e “Mr Jack” che diventerà “Waterloo ‘70”.

Infine, alcune parti strumentali di “Contrasto” andranno a costituire l’ossatura della seconda parte del “Parsifal” (che a sua volta comprenderà anche alcuni frammenti tratti da “Un maiale per Ringo”, brano ironico mai inciso sul tema degli spaghetti western) e alcune parti di una melodia che fu commissionata anni prima a Facchinetti per la colonna sonora del film “Questa specie d’amore”, poi affidata a Ennio Morricone.

Dall’eccellente sito di Michaela, “Pensieri nel blu, in cui sono pubblicati tutti i testi della canzoni di questo ed altri lavori dei Pooh, apprendiamo inoltre che: “Contrasto” venne inciso a Milano presso il “Sound Studio Cinelandia” di proprietà Vedette, che il tecnico del suono era Severino Peccherini, la cover fu curata da Domizia Gandolfi, le foto di copertina erano di Lionel Pasquon e che per la registrazione venne utilizzato per prima volta il sistema stereofonico Phonoscope process (?).

Ristampato più volte in Cd e in vinile, oggi “Contrasto” è alla portata di qualunque portafoglio.
A compensare la sua breve durata, l'edizione curata dalla "On sale music" di Italo Gnocchi include anche 7 bonus tracks.

2007 - 2017. CLASSIC ROCK COMPIE DIECI ANNI!

Rock Progressivo Italiano Anni 70 - Italian progressive Rock
Con un post su Fetus di Franco Battiato, il 20 Maggio del 2007, esattamente DIECI ANNI FAPARTIVA L'AVVENTURA di John's Classic Rock, sito specializzato sul Rock Progressivo Italiano anni Settanta, libero, aperto, indipendente, unico.

Detto tra noi, mai e poi mai mi sarei sognato di fare tanta strada. Per cui, in una ricorrenza del genere dovrei forse spendere fiumi di parole per celebrarlo.

Scusate la modestia ma oltre due milioni di visitatori non sono pochi, e questo senza contare tutte le prestigiose personalità del prog che di persona si sono avvicendate nei comments: da Giovanni Tommaso, a Jimmy Spitaleri. Da Valerio Negrini a Jenny Sorrenti, passando per Alberto Radius, Patrizio Alluminio, Vincenzo Coccimiglio, Gianfranco Coletta, Rinaldo Prandoni, Furio Sollazzi, Fabio Zuffanti, Piero Mangini, Antonello Musso, Marcello Quartarone, Stefano Testa, Andrea Centazzo, Riccardo Tosi, Gianni Bianco, Mox Cristadoro e Max Meazza. E queste sono solo alcune delle grandi firme che mi vengono in mente.

Farò invece qualcosa di meno autocelebrativo, ma molto più sincero. Come si conviene a questi tempi di troppa crisi e troppa tracotanza.
Volevo SOLO, SEMPLICEMENTE e SINCERAMENTE RINGRAZIARVI perchè John Classic Rock siete stati (e siete!) soprattutto VOI.

VOI LETTORI che lo avete seguito, commentato, criticato, e supportato.
VOI MUSICISTI e testimoni partecipati che lo avete arricchito con le vostre osservazioni, ma anche con le debite correzioni ai miei refusi.
VOI AMICI che mi avete sempre affiancato, che mi tenete botta tuttora, e la cui stima ed affetto è per me la soddisfazione e l'orgoglio più grande a cui avessi mai potuto aspirare. 

In questo senso un particolare abbraccio va ai miei amici, fratelli, maestri, colleghi e mentori: Riccardo Bertoncelli, Michele Neri, Augusto Croce, Francesco Coniglio, Franco Brizi, Mathias Scheller, Vittorio "Vikk" Papa, Riccardo Storti, Massimo Pescetelli, Fabio Capuzzo, Massimo e Pino della Black Widow di Genova, Paolo Barotto e Gianni Lucini.

E infine (perché è doveroso anche questo), un glorioso pensiero a coloro in questi anni hanno preso l'ultimo treno della vita. Sicuramente verso una destinazione magnifica, ma che ci ha lasciato, oltre alla loro arte, anche un po' di malinconia. Quindi: GRAZIE PER TUTTO QUELLO CHE CI AVETE DATO e anzi: per tutto quello che ancora ci darete, perché le emozioni, come l'anima, non muoiono mai!

Ecco ciò che desideravo dirvi in occasione di questa importante ricorrenza.
Lo so, forse esprimendomi troppo semplicemente, senza troppe implicazioni socio-psico-analitiche come mio solito, ma questa volta volevo che la freccia vi colpisse dritta al cuore.

Il più grande abbraccio possibile a tutti voi,
Non disperdiamoci,
e ricordate...
... LA LOTTA CONTINUA!

JJ John

La Bottega dell'Arte: Addio / Notturno per noi (1974)

notturno per noi
MELODICI PER VOCAZIONE, PROGRESSIVI PER ERRORE

Io credo che nessuna persona senziente che abbia ascoltato La Bottega dell’Arte dal 1975 in poi, potrebbe inscriverla in un contesto progressivo.

Semmai, sin dal loro primo successo Come due bambini e dal loro primo album eponimo del 1975 fu chiaro come avessero contribuito anch’essi al declino del nostro pop

Ambasciarono le atmosfere più effimere di un’Italia sempre meno antagonista; contribuirono a diffondere quel provincialismo da balera che aprì le porte alle peggiori metastasi musicali degli anni Ottanta, ma peggio ancora, sembrava fossero persino orgogliosi di quelle loro melodie virginali arrangiate nel più insipido dei modi possibili. Ma non furono gli unici. 

Nel momento in cui il prog si concesse alle contaminazioni, e far cassetta significava imitare i Pooh, qualunque artista in bilico tra avanguardia e sopravvivenza scelse il carro dei vincitori. Aprì la strada Alan Sorrenti con Sienteme, e tutti gli altri gli andarono appresso. Ma se Sorrenti fu perlomeno un grande contaminatore, la maggior parte dei figli illegittimi di Facchinetti e soci, si rivelarono dei semplici mestieranti. 

La Bottega dell'ArteDel resto non c’era da sorprendersi: l’Italia navigava come una barchetta di carta in mezzo alle tempeste; entrava e usciva dalle crisi economiche così come Andreotti, Moro e Rumor da palazzo Chigi, mentre la lotta armata e l’antifascismo militante cominciavano a ripagare di pari moneta i fautori della riconversione produttiva
Gli stessi contrasti all’interno delle fabbriche si erano radicalizzati dopo l’occupazione di Fiat Mirafiori del 1973; lo scenario internazionale era incandescente, e nuove paure si addensavano sull’alba del nuovo decennio. 

Occorreva dunque un nuovo pacificatore mediatico, un tranquillante sociale che rabbonisse e rassicurasse l’italia casalinga e nazionalpopolare, o parafrasando Gaber, facesse credere a tutti di essere sani

 Enrico ZannelliEd è così che dalla metà degli anni Settanta l’Italia fu invasa da gruppi e solisti neomelodici che, al di là del loro palmares o delle loro effettive qualità, si adoperarono per azzerare tutto ciò che di straordinario il prog aveva prodotto in due lustri di storia. 
Un elenco infinito di nomi nuovi, ma anche di sopravvissuti al miglior pop italiano che, se qualche anno prima avevano incarnato l’avanguardia, ora ne diventavano i becchini. 

Tra loro, l’ex chitarrista dei New Dada Franco Jadanza, artefice della svenevole Ragazzina con lo pseudonimo di Luca D’Ammonio; Angelo Sartori dei Raminghi che confluì nei Daniel Sentacruz Ensemble, e il tastierista dei Panna Fredda Giorgio Brandi passato ai Cugini di Campagna

Eppure, in tutto questo tsnumani di melassa, qualcosa scappò di mano a qualcuno, e questo “qualcuno” era proprio il quintetto romano della Bottega dell’Arte capitanato da Piero Calabrese, poi diventato uno stimatissimo arrangiatore, produttore e compositore.

La Bottega dell'Arte Notturno per noi
E cosa sfuggì loro di mano? Il primo 45 giri Addio (ottobre 1974) che affiancava un lato A palesemente melodico, al sorprendntemente diverso, Notturno per noi: oltre sette minuti di prog allo stato puro dove su una tessitura ritmica degna delle migliori Orme - piuttosto  che dei Focus - si intrecciavano momenti eterei e terremoti stumentali, sofisticati solismi, corali maestosi, e un tema portante a base di chitarra e piano arpeggiato. Da non crederci. 

Eppure, quello che avrebbe potuto essere un gioiello del rock italiano, si rivelò subito un incidente di percorso: la Tomato Records aveva pubblicato il disco senza l’autorizzazione del gruppo, e il singolo sparì dalla circolazione al punto da non venire mai più ristampato, né addirittura menzionato dagli stessi protagonisti. 
Evidentemente, malgrado le sue indiscutibili capacità tecniche, la band non ci teneva affatto a mostrare il suo lato più hard, a vantaggio di quel candore che li avrebbe portati al successo. Ma personalmente, credo che mai come in questo caso l’eccezione fosse (infinitamente) meglio della regola
Da ascoltare in ogni caso con attenzione, e tanta malinconia per un’occasione perduta.