CLAUDIO ROCCHI? PRESENTE! Milano 18 giugno 2018.

Dearest Sisters and Brothers, 
non ci crederete ma il 18 giugno 2018 CLAUDIO ROCCHI tornerà a vivere
Con la sua musica, nella sua città, e grazie al contributo di una crew eccezionale
che include tra gli altri il nostro storico lettore Shiva Zampieri e il fondatore
del Magia Music Meeting Francesco Caprini.
Per ora ecco il banner, poi ne parleremo molto più approfonditamente.

Teatro Out Off Milano 18 giugno 2018

Claudio Rocchi: Volo magico n°1 (1971)

volo magico n°1 1971NEI COMMENTS, CI HA SCRITTO CLAUDIO ROCCHI IN PERSONA IL 6 DICEMBRE 2011
 
Terminata l'esperienza come bassista degli Stormy Six a causa di un sostanziale disinteresse alla progressiva politicizzazione della band, Claudio Rocchi intraprende la via solista verso la fine del 1969: decisione che inizialmente lo porterà ad essere paragonato addirittura a Dylan per i suoi testi schietti e comunicativi, ma le cui successive scelte di vita provocheranno gradualmente la diffidenza di buona parte del movimento antagonista.

La carriera del cantautore milanese si dimostra subito vivace e proficua: ad un primo singolo ("La televisione accesa / Indiscutibilmente", 1970), segue una lunga attività live (tra cui Palermo Pop e Ballabio dove "La tua prima luna" diventerà l'inno del Festival) e infine il successo del 33 giri, "Viaggio", in cui si avvale della collaborazione al flauto di Mauro Pagani, all'epoca in odore di PFM.

 Il disco, semplice ma efficace, ottiene premi e passaggi radiofonici grazie all'interessamento di Renzo Arbore e Carlo Massarini e così, l'anno dopo Rocchi è nuovamente in studio per incidere il suo secondo album "Volo Magico n° 1", ritenuto dalla critica il suo lavoro migliore. 

Questa volta, si fa supportare da una backing-band di tutto rispetto in cui compaiono tra gli altri Alberto Camerini, Ricky Belloni e Donatella Bardi.la repubbblica rock progressivo italiano 
Si noti che questa abitudine di scegliersi musicisti di prestigio del giro del Pop, non abbandonerà mai Rocchi che negli anni successivi suonerà anche con Elio D'Anna (Osanna), Mino di Martino (Giganti, AIS), Walter Maioli (Aktuala) e Lucio Fabbri (PFM). 

Pubblicato nel 1971 su etichetta Ariston, "Volo Magico n°1" si presenta con una front-cover apribile centralmente e raffigurante solo un muro con il titolo e il nome dell'artista, una busta interna con le varie line-up divise per brani e, sul retro, una foto a colori del cantante ma senza indicazione alcuna.
Successivamente, siccome il disco veniva spesso esposto dal lato della più accattivante foto anonima confondendo gli acquirenti, la discografica decise saggiamente (e in tutta fretta) di aggiungere le referenze anche sul retro copertina.


 Musicalmente l'ellepì si compone di soli quattro pezzi di cui il la title track occupa tutti i diciotto minuti e mezzo della prima facciata, mentre il lato cadetto ospita gli altri tre. 36 minuti in tutto. 
Una volta ascoltato il lato A, diciamo pure che non sorprende come il brano-guida sia diventato un piccolo caso discografico e ricordato come una delle cose migliori del folk psichedelico italiano: la musica è un sontuoso crescendo acustico scandito dalle orientaleggianti chitarre di Camerini che si evolve dapprima in un cantato dal sapore freak e circa a metà brano, in una piena orchestra a metà tra psichedelìa ed un mantra tibetano. La chiusura infine è un rush molto tirato dal sapore decisamente rock.

claudio rocchiA parte certe affinità con il futuro album Aria di Alan Sorrenti (1972), mai in Italia si era sentito qualcosa di simile e fu proprio per questo che la proposta di Rocchi attrasse subito l'attenzione della critica.
Se a ciò aggiungiamo i testi perfettamente coerenti col sogno generazionale dell'Underground ("puoi andare dove vuoi, far l'amore, puoi stare con chi vuoi, prendere o lasciare, gridare"), incisione arrangiamenti ed esecuzione perfetti, e soprattutto un groove certamente trasgressivo ma mai ostico come lo furono invece molti succesivi lavori Prog, il quadro conflittuale è attraente.


Nel lato B spicca invece "La realtà non esiste": vero e proprio affresco del pensiero di Claudio Rocchi, i cui testi anticipano di almeno un anno la sua definitiva svolta mistica che lo accompagnerà sia nella sua carriera artistica, sia nel personale.
Meno interessanti sono la prolissa "Giusto amore" e "Tutto quello che ho da dirti", ritenuta da molti troppo introspettiva.


claudio rocchiIl successo discografico e le successive scelte spirituali di Rocchi (controverso viaggio in India, ingresso nella comune Terrasini, ritenuta dai compagni "reazionaria e borghese" e affiliazione agli Hare Krishna), lo portarono però alla rottura con buona parte del movimento Controculturale che non accettò né la sua attitudine freak, considerata ormai obsoleta, né tantomeno i suoi continui cambi di esperienze "da Dylan a San Babila, dall'India al suono rosso". 

Personalmente non covo alcuna ostilità nei confronti di questo artista e continuo a reputare il brano "Volo Magico n° 1" come una delle musiche più affascinanti e conflittuali del panorama Italiano dei primi anni '70: datata quanto si vuole ma realmente rappresentativa del sogno di una generazione.
Certo è che il sogno finì in fretta e  molti artisti non riuscirono mai più a rievocarlo ma, per fortuna, anche grazie a Claudio, fu un sogno di grande spessore.

Il Volo: Il volo (1974)

il volo 1974 Se per caso qualcuno di Voi non avesse mai ascoltato né sentito nominare "Il Volo", potrebbe cominciare leggendo semplicemente i pedigree dei vari componenti. Vi accorgereste di avere a che fare con l'essenza stessa del rock Italiano.

Alle chitarre troviamo l'ex Formula Tre Alberto Radius, al basso Roberto "Bob/Olov" Callero proveniente dagli Osage Tribe e Duello Madre, alla batteria l'ex- Ribelli Gianni dall'Aglio e alla voce Mario Lavezzi, già Camaleonti e Flora Fauna e Cemento.

Chiudono in bellezza i tastieristi Gabriele Lorenzi, anch'egli dalla Formula Tre, il maestro-compositore Vince Tempera (ex Pleasure Machine) e nientemeno che Mogol per i testi.
E' ovvio che una formazione così non potesse che attirare una certa attenzione presso gli appassionati del genere, e che dovesse necessariamente restituire tale curiosità in forma di prodotto finito.

il volo 02L'album "Il Volo" esce di fatto nel 1974 e ha subito un ottimo riscontro: questo non solo per l'eccellenza dei singoli componenti, ma soprattutto per un sound che, pur se annoverato nel Prog, stemperava con classe le asperità sonore dei loro colleghi più "militanti" (Area, Banco, Pfm ecc.).
 Il tutto, senza dimenticare che il 1974 non era stato un anno particolarmente florido per il Pop Italiano per cui, per "Il Volo", diventava facile svettare su lavori più modesti, o più semplicemente "di transizione".

Ed è proprio nel contesto di questo passaggio tra le forme più "pure" del progressivo (quelle del 1973) e quelle più intrise di Jazz-Rock che si contestualizza il lavoro del sestetto milanese.
 
il volo 03Sin dall'ascolto del primo brano ("Come una zanzara") si ha l'impressione infatti di trovarsi di fronte a un rock progressivo molto più "amichevole" rispetto agli standard passati: il tutto senza rinunciare però ai virtuosismi sonori a cui questo genere ci aveva abituato. Dinamiche insomma molto più vicine al jazz-rock del "Perigeo" che non al crudele Progressivo degli Area, e meno ostili alla melodia ("La mia rivoluzione", la hit "Il calore umano" e "Canto della preistoria", anche nota come "Molecole") complici le voci di Radius e Lavezzi

Strumentalmente si fanno notare il costante ed eccellente basso di Callero, le tastiere di Tempera (che, pur se basate solo sul Piano Rhodes, si concedono a tratti a suoni più duri) e le pregevoli rifiniture di Radius che, nel finale di "I primi respiri", si possono apprezzare in tutta la loro poesia.
Resta un po’ "coperta", ma preziosa, la dinamica batteria di Gianni Dall'Aglio
Lo stesso Radius, ricordiamo, sperimenterà in "Sonno" quella formula compositiva che gli darà molte soddisfazioni nella sua futura luminosa carriera solista.

Chiude l'album una non memorabile "Sinfonia delle scarpe da tennis", ma ci sta anche quella.
Più che dignitoso dal punto di vista strumentale (pregio che, tra l'altro, rendeva eccellente il live-act del gruppo), ben prodotto e commercialmente riuscito, il primo album del "Volo" non è tuttavia esente da qualche osservazione.

Innanzitutto vi è una certa coazione al ripetere una formula timbrica che, pur se bilanciata, risulta alla lunga stucchevole.
Poco più che sufficiente poi, l'aspetto compositivo che, quando non si appoggia sui virtuosismi dei singoli strumentisti, si rifugia in melodie certamente piacevoli ma anche troppo autoindulgemti.

Nel complesso comunque, un album epocale non fosse che per aver fissato magistralmente un momento di passaggio del rock progressivo italiano.

IL VOLO - Discografia:
1974 - IL VOLO
1975: ESSERE O NON ESSERE

Juri Camisasca: La finestra dentro (1974)

juri camisasca la finestra dentro 1974Nel 1974, parallelamente alla frammentazione del Rock Progressivo, si stava affermando in Italia un nuovo genere cantautorale, volto a superare, per impegno e per stile, quello della generazione precedente: l'analisi prendeva il posto della spensieratezza e il "personale" cedeva il posto al politico. Non siamo ancora ai livelli di un Finardi, ma ormai la strada è tracciata: di lì a poco la forma-canzone diventerà lo strumento rivendicativo che prenderà il posto del Pop.
 

Prima della metà degli anni '70 però, c'era ancora spazio per quel genere di sperimentazione autorale ancora legata al Prog che, pur se confinata ad una ristretta cerchia di estimatori, produsse lavori di una forza straordinaria: per esempio quello di un ventireenne di Melegnano (MI) di nome Roberto Camisasca, in arte "Juri".Musicista per vocazione, Camisasca conobbe Franco Battiato durante il servizio militare.
 

Tra i due nacque subito non solo un profondo rapporto di amicizia e una sodalità artistica che porterà Juri a collaborare col del Maestro siciliano, ma anche un rapporto inverso che farà di Battiato il suo primo padrino artistico.Di fatto, dopo un'audizione presso la Bla Bla di Pino Massara (all'epoca discografica dello stesso Battiato) che lasciò impressionati un po' tutti, il cantautore milanese ricevette carta bianca per l'incisione del suo primo trentatrè giri: "La finestra dentro".juri camisasca 02 
Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, l'anno 1974 fu per il Pop Italiano un periodo di transizione a fronte dei violenti scossoni politici che si stavano verificando all'interno della galassia giovanile: c'è chi come gli Area e i Dedalus ne sottolinearono la drammaticità e chi, come ad esempio lo storico gruppo dei Delirium, dovette ritirarsi per una sostanziale incapacità di adattamento ai nuovi linguaggi.In questo contesto, l'album di Juri Camisasca, pur essendo di stampo marcatamente autorale, riuscì a porsi esattamente nel luogo mediano delle trasformazioni in corso, dando vita così aun lavoro perfettamente centrato tra passato e futuro: un fulgido ritratto di quella tensione diffusa che di lì a poco avrebbe pervaso il mondo giovanile, tratteggiato però con uno stile saldamente radicato nel Prog, se non addirittura antecedente. 

Si immagini in sintesi, una vocalità sospesa tra la timbrica di Fabio Celi e le serpentine melodiche di Alan Sorrenti; una freddezza lirica degna di Alvaro Fella e una base sonora minimalista partorita da due geni quali Lino Vaccina e lo stesso Battiato.La risultante di quanto detto è evidente all'ascolto: angoscia e disincanto si mischiano ad una vocalità timida ma irruenta, mentre certi testi sembrano anticipare di due anni l'avvento del Punk.

Nel mio corpo ci sono delle fognature: tutti quanti le chiamano vene ma dentro ci sono dei topi che corrono […]
Io mi gratto continuamente […]ma io non cedo, io sarò sempre un galantuomo sino alla morte. […]
Però quei topi mi danno un gran fastidio […]

Ora mi decido: prendo un martello me lo picchio sulla testa ed ecco che i topi mi escono dal naso.
juri camisasca 03 

Le costruzioni armoniche sono scarne ma mai strettamente cantautorali e il groove si dipana in un bilanciarsi di "pieni e vuoti dinamici" che non concedono flessioni percettive
Ci sono i momenti di reale intimismo ("Ho un grande vuoto nella testa" "John"), citazioni Kafkiane ("Metamorfosi") e grandi abbracci mistici che sembrano preludere alla conversione religiosa dell'autore ("Il regno dell'Eden").
 

Spinto fino ai limiti dell'espressività melodica, "La finestra dentro" è diventato col tempo un album di culto, ma non solo per il suo valore collezionistico, quanto perché, malgrado la apparente schizofrenia delle musiche e dell'autore, riuscì a restituire in modo unico le angosce del suo tempo. E lo fece in un maniera così intima e distaccata, che neppure un astronauta dalla luna avrebbe potuto fare di meglio. E quell'astronauta era lo stesso Juri che, come un alieno in gita, arrivò sulla terra, lasciò un segnale e se ne andò subito dopo.
 

Non a caso, malgrado le eccellenti critiche ricevute che avrebbero potuto preludere a un sequel del primo disco, Camisaca non proseguì la sua carriera atrtistica ritirandosi in convento per dieci anni e rimanendo successivamente sempre fedele alla sua intimità artistica e spirituale.
Dissero di lui: "la particolarità fatta arte".

Piazza delle Erbe: Saltaranocchio (1977)

Saltaranocchio 1977 john's classic rock jj john N. martin
Col tramonto delle ideologie e delle utopie libertarie, tutti gli antagonismi nati nel triennio 75-77 si distinsero nettamente dai loro predecessori.

Niente più stratosfere da conquistare con la forza dell'immaginazione, ma esigenze immediate da soddisfare “bene e subito”. Basta coi raduni di massa nei campi periferici, ma una solida rete di centri sociali, cooperative e locali alternativi, che colmi tutti i vuoti prodotti dal neoliberismo e dalla gentrificazione. 

Ergo: massima attenzione al “personale inteso come espressione politica, riorganizzazione degli spazi in funzione del benessere collettivo, ed ecco che già nel 1975 sorsero i primi Centri Sociali Occupati. Prima nelle metropoli, poi nelle remote province, e tutti collegati da un sistema reticolare sostenuto da una solida controinformazione. Stavolta, anche via etere grazie alle neonate radio libere democratiche

Ma non fu soltanto un "movimento nuovo" quello che nacque nel 1975, lo fu anche la sua indole socioculturale che se da un lato favorì la riscoperta e il recupero delle culture locali, dall'altro le contaminò con ogni risorsa possibile.  
È da questo processo infatti che nasceranno le “posse” a marcata connotazione regionale, ma anche un esercito di musicisti che attingeranno (spesso con ingordigia) alla musica popolare, trasformando improvvisamente gli ascoltatori in interpreti di lingue e dialetti complicatissimi (gaelico, sardo, basco, sloveno), o agiografi del medioevo e del rinascimento. 

Il rock progressivo naturalmente non rimase indifferente a questo nuovo stimolo, e proprio nella sua fase di massima apertura stilistica, assorbì anche l'ars antiqua e quella dei trovatori

Piazza Delle Erbe Crema
Lo fecero gli Errata Corrige ad esempio, ma anche una formazione cremasca a dieci elementi, nata nel 1973, partecipante al 3° Festival d'Avanguardia di Napoli l'anno successivo, e autrice nel 1976 delle musiche per il Doctor Faustus di C.Marlowe. 

Si chiamavano Piazza delle Erbe, annoveravano al loro interno due assi quali il polistrumentista Lucio Fabbri e il cant-attore Giorgio Bettinelli (poi nei Pandemonium), ma malgrado l'indubbia qualità tecnica, riuscirono ad incidere un solo album nel 1977 per la Intingo di Ricky Gianco.

S'intitolava Saltaranocchio, ed era la colonna sonora di un omonimo spettacolo teatrale inscenato dalla compagnia Teatro Zero di Crema (con Carlo Rivolta e lo stesso Bettinelli), e basato sulla novella Hop-Frog di Edgar Allan Poe, crudele rivalsa di un guitto e della sua compagna contro la strafottenza di un re dispotico e lussurioso. 

Il disco va detto, è decisamente ben fatto. Lungo gli undici movimenti della suite firmata Bellani, Bettinelli, Diliberto, Mori e prodotta da Lucio Fabbri, le atmosfere si dipanano gentili e fiabesche, ammantate da violoncelli, mandolini, flauti, e soprattutto da grandi cori giacché almeno i 4/5 del gruppo erano tutti cantanti.

Eppure, malgrado tanta grazia l'album non decollò. Probabilmente per l'imbattibile concorrenza di Alla Fiera dell'Est, autentico asso pigliatutto del 1977 e molto simile formalmente a Saltaranocchio, o forse perché i comonenti della PDE furono da sempre "troppo schierati" per competere coi buonisti branduardiani

Per capire cosa intendo, provate a leggervi l'eccellente "La Cina in Vespa" di Giorgio Bettinelli (Feltrinelli, 2008), e capirete tutto.

John's Classic Rock vola in Brasile!

https://www.facebook.com/areaprog/


Dearest Sisters and Brothers,

da qualche settimana i post progressivi di JJ sono pubblicati anche in Brasile su un nuovissimo sito facebook che si chiama AREA PROG!

Il suo webmaster è il nostro amico Marcio Sà, che con questa operazione spera di diffondere il Prog italiano anche oltreoceano.

Auguri quindi Marcio, grazie, e massimo appoggio!

Il Sessantotto. L'immaginazione al contropotere.

Immaginazione al potere
Nel 1968, tutte le esperienze antagoniste maturate dal dopoguerra in poi, confluirono in una contestazione planetaria e travolgente, deflagrata perlopiù in ambito studentesco, ma che investì gradualmente tutti gli aspetti del vissuto, scombuiandoli e costringendoli a un radicale processo di modernizzazione

Eppure, malgrado sia stato spesso magnificato come “l'ultima grande rivoluzione dell'Ottocento” o “l'inizio di una nuova era”, il Sessantotto (e questo è importante sottolinearlo), non rappresentò affatto una novità. O almeno, non dal punto di vista operativo

Pratiche quali occupazioni, assemblee, controinformazione, manifestazioni, scioperi e scontri erano già state largamente esperite in passato, e non fu per loro che quell'anno divenne un mito. E non lo diventò neppure per il tanto sbandierato antiautoritarismo su cui s'imperniò il maggio francese.

Il vero miracolo che si compì, fu piuttosto l'acquisizione da parte delle varie forze in gioco (studenti, operai, donne e controculture) di una nuova consapevolezza rivoluzionaria fondata sul potere dell'immaginazione e del desiderio. La coscienza cioè, che per vincere una battaglia o per conseguire qualunque risultato, non occorresse essere strateghi, politologi, militari o eroi: bastava semplicemente volerlo

1968
1° Marzo 1968 - Valle Giulia: "... più non siam scappati..."
Il Sessantotto insomma, svincolò l'immaginario dalla sua classica dimensione illusoria, narrativa e rituale (quando non proprio mistificante), per conferirgli invece un ruolo attivo e simbolico. Quello di funzione potente e reale, in grado non solo di introdursi nel corso della storia, ma di caratterizzarla e persino di modificarla attraverso la stimolazione della coscienza e della memoria collettiva. 
L'imagination au pouvoir, dicevano.

Herbert MARCUSE

Un concetto apparentemente banale, ma che 

1) spostò il baricentro delle disobbedienze verso uno spontaneismo inedito

2) trasformò le utopie in progettualità, e

3) nel caso specifico dell'Italia, produsse una generazione altamente conflittuale le cui politiche sovversive investirono nell'arco di neppure un quinquennio ogni categoria afferente il quotidiano.

In pratica: una galassia di movimenti articolati e misti la cui componente operaia era sempre più cosciente del proprio ruolo e refrattaria a qualunque forma di rappresentanza tradizionale (partiti e sindacati), mentre quella studentesco-creativa era decisa ad abbattere sia i simboli e i protagonisti dell'ancien régime, sia soprattutto i contenuti che rappresentavano.

Il Sessantotto dichiarò dunque guerra alla partitocrazia in politica, alla selettività e all'autoritarismo nelle scuole, al classismo e al sessismo nel sociale, all'ipocrisia e all'ingerenza della chiesa, e all'accumulazione e allo sfruttamento nelle fabbriche. Tutte metastasi ritenute un tempo incurabili, ma che ora potevano essere annientate dal coinvolgimento, dall'impegno e dalla fantasia.

Non poco per una società civile...

Le Orme: Verità nascoste (1976)

le orme verità nascosteSin dalle prime note della opening trackInsieme al concerto”, si capisce che nelle Orme qualcosa è definitivamente cambiato.
Il Rock di maniera ha preso il posto del Progressivo e il sound, pur se onesto, raffinato e restituito con la maestria di una formazione americana, non ha più nulla che evochi i complessi intarsi della “Porta Chiusa” o di “Felona e Sorona.

Il drumming è scarnificato e sempre meno empatico, e le chitarre hanno un retrogusto di AOR con tanto di raddoppi sugli assoli.
I breaks sono ancora pregevoli ma didascalici se non autoreferenziali, e francamente, neppure la modernizzazione dei suoni brilla per originalità.

Dei tempi andati restano il pathos nei testi ma con con un ulteriore pizzico di buonismo in più, e la poetica giace proprio fuori luogo in un momento storico che avrebbe richiesto analisi ben più concrete.
Anzi, in certi frangenti sembra persino di trovarsi in pieno clima Underground:
sentirsi uniti agli altri ancora...felicità... sera di luna piena...”.

E’ evidente che il lavoro di semplificazione voluto dalla band
in “Smogmagica - e accelerato dalla presenza di Tolo Marton - ha i suoi frutti, che neppure il nuovo arrivato Germano Serafin avrebbe potuto dissimulare il passaggio del sound a territori più commerciali.

Detto questo, il quartetto di Mestre non fu l’unico a misurarsi con l’imperante tendenza alla melodizzazione che investiva le formazioni storiche del Prog. Vedasi ad esempio la PFM, ma fu tra i sicuramente tra primi a sostituire il gusto della deframmentazione con l’omologazione all’airplay.toni pagliuca le ormeE' pur vero che Le Orme ci avevano abituato da sempre all’alternanza tra “hits” e “avanguardia”, ma a questo punto il passaggio a canoni più elementari appariva ancor più evidente con la scomparsa dell'alternativa storica e dei festival Pop.

Ora le attenzioni del gruppo sono molto più rivolte a quella che si appresta ad essere la "prima generazione radiofonica" e la distanza tra coloro che avevano vissuto il Prog storico e chi semplicemente lo aveva captato di riflesso sta diventando sempre più incolmabile.

Non a caso, molti recensori che pur amando il Prog non hanno mai introiettato a pieno il triennio ‘71 - ’73 -o lo hanno semplicemente iconizzato-, coprono ancora oggi “Verità nascoste” di lodi sperticate quali “musica da antologia!”, “una perla!” o peggio si lasciano andare ad amenità quali “anticipatore di sonorità post-Punk!”.
Fortunatamente, critici più esperti del calibro di Giordano Casiraghi si limiteranno a dire che “le Orme sono rientrate nella forma canzone”.

Piu
pietosamente, Riccardo Bertoncelli o Manuel Insolera preferiranno non esporsi nemmeno.

Chissà invece quale misteriosa scuola analitica avrà ispirato Riccardo Storti quando parlò di “canzoni vicine al pop contemporaneo, ma attente e critiche ai cambiamenti sociali come nel caso del rapporto col movimento Punk inRegina al Toubadour”, uno dei 45 giri più venduti del ’76.
A me spiace dover remare contro Riccardo, ma nella super-hit delle Orme non leggo alcun “rapporto critico” nei confronti del Punk, ma solo un affresco pervaso da un’untuosità tale da richiamare il peggior paternalismo conservativo del pre-68:
I buchi nei blue-jeans / Anelli e perle al naso. Hai preso tutto in fretta lasciando la famiglia che ti voleva ricca ed ora sei regina / Facile, facile”.
Un antistoricismo borghese da far sembrare progressista persino il più severo patriarca dell’ ottocento.
michi dei rossi le ormeIn ogni caso, sarà proprio lo stesso Storti a ravvisare più correttamente che “alcuni brani anticipano l’imminente svolta acustica” e non certamente quella dei Post-Punks che delle Orme non sapevano proprio che farsene.

Registrato a Londra con le migliori tecniche disponibili, “Verità nascoste” è comunque un album formalmente e stilisticamente perfetto che non mancherà di affascinare anche eminenze della critica Prog quali il mio stimatissimo amico Augusto Croce.

Una perfezione però - dico io -, ben oltre i limiti dell’autoreferenzialità e sempre meno propositiva rispetto al passato: una scarnificazione artistica che non sancì ancora il definitivo distacco delle Orme dal mondo dell’avanguardia, ma che inaugurò però una pericolosa e irreversibile tendenza alla commercializzazione, contagiando anche quei gruppi che sino ad allora erano rimasti fedeli ad una linea più indipendente.

Chiaramente questo "regresso progressivo" non fu tutta colpa di Pagliuca e soci, anzi: il mondo andava
ormai in direzione di un mercato nuovo e accanto al Punk (da cui Le Orme si tenevano ben distanti) imperversavano generi ben più commerciali, ma questo non fu un buon motivo per abbassare la guardia.
Con “Verità nascoste” le Orme confermarono senza dubbio il loro straordinario animo tecnico, ma dal 1976 in poi, per scorgerne il lato più nobilmente Prog, ci si sarebbe dovuti voltare indietro.
Molto, ma molto indietro.


LE ORME - Discografia 1969 - 1976:
1969 - AD GLORIAM
1970: L'AURORA DELLE ORME
1971: COLLAGE
1972: UOMO DI PEZZA
1972: FELONA E SORONA
1974: IN CONCERTO
1974: CONTRAPPUNTI
1975: SMOGMAGICA
1976: VERITA' NASCOSTE

Chetro & Co. : Danze della sera/ Le pietre numerate (1968) - Parte 1

Danze della seraNEL CARO RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI,
ASSASSINATO DALLA BARBARIE UMANA 
IL 2 NOVEMBRE DEL 1975.


 UN GRAZIE DI CUORE A GIANFRANCO COLETTA PER LA SUA PREZIOSA TESTIMONIANZA


Nella seconda metà degli anni ’60, il boom rivendicativo prende il posto quello economico e larghe fasce di popolazione cominciano a mettere in discussione quel modello di sviluppo che aveva certamente portato alla ricostruzione e al benessere, ma anche alle prime grandi contraddizioni sociali

Emergono così in un contesto sospeso tra innovazione e progresso, condotte di aggregato sempre più conflittuali: un’inedita generazione di disobbedienti che ebbe come obiettivo quello di destrutturare il sistema per ricomporlo in funzione delle proprie esigenze quotidiane.
Iniziano dunque gli anni più creativi della nostra nazione: un fermento straordinario al quale contribuirono non solo i nomi più conosciuti, ma le avanguardie tutte, incluso quelle più marginali e stravaganti

Per quanto concerne la musica, per esempio, due furono gli apertori del nostro stile psichedelico che, pur se di nicchia, poco o nulla ebbe da invidiare a quello angloamericano: Le Stelle di Mario Schifano di cui abbiamo già parlato in questa sede e i romani Chetro & Co, ovvero il duo di chitarristi Ettore De Carolis detto “Chetro”, classe 1940 e Gianfranco “Franco” Coletta di circa 10 anni più giovane. 

Pier Paolo Pasolini
Dei due musicisti, il De Carolis, di formazione jazz, vantava già un solido bagaglio di esperienze, avendo frequentato per diversi anni il Folkstudio, accompagnato in Italia e all’estero la popolare cantante folk Gabriella Ferri, suonato con Marino Barreto Jr. e Amalia Rodriguez e, nel 1967, con la backing band del cantante Mario Zelinotti, noto per aver cantato Cuore Matto a Sanremo in coppia con Little Tony

Coletta invece, suonava in un piccolo gruppo insieme al fratello, e quando nella primavera del 1967, dopo aver vinto un concorso a Pomezia, gli venne chiesto di raggiungere proprio la band di Zelinotti, non se lo fece ripetere due volte e trascorse con lui la stagione estiva alla “Risacca” vicino a Roma, suonando i Beatles e i Rolling Stones.
Arrivato l’autunno però, decide insieme al De Carolis e al bassista Giorgio di Canio di mettersi in proprio per formare “un gruppo senza batteria”. Nascono così i Chetro & Co. in origine un trio, poi costituito dai soli Coletta e De Carolis.

Per quegli anni però, la loro musica è totalmente disallineata, e la scarsità di spazi dal vivo dove esibirsi impone loro una scelta: o mollare il colpo, o proporsi a una discografica. 
Trovano così un mentore entusiasta: il produttore Vincenzo Micocci che nel 1966 aveva aperto una propria casa discografica (la Parade con sede in Viale Buozzi al 3 e distribuita dalla Decca), che non solo li scrittura, ma da loro carta bianca e li convoca in sala di registrazione per incidere quello che sarebbe stato il loro unico straordinario 45 giri: “Danze della sera (Suite in modo psichedelico)” / “Le pietre numerate”. 

Psichedelia Italiana
Supportati per l’occasione dal bassista Gianni Ripani e dal batterista jazz Gegè Munari - che però non compare nei credits del disco - i Chetro & Co ebbero anche, almeno per la prima facciata, un paroliere d’eccezione, Pier Paolo Pasolini, che concesse loro 12 versi del suo poema “Notturno”, tratto dalla raccolta del 1958 “L’usignolo della chiesa cattolica”, poi impiegati integralmente nel finale. 
Le pietre numerate” venne invece presentata come una “filastrocca con musica ispirata a un tema di Miles Davis”. Ma non solo. 
Lo stesso Pasolini all’epoca contestatissimo e innominabile, presenziò anche al lancio del disco presso il “Vum Vum” di Roma nientemeno che con Ennio Morricone, grande amico e già collaboratore di Micocci ai tempi della sua direzione alla RCA

Fermo restando che l’aggettivo psichedelico venne affibbiato d’ufficio dal Micocci e sempre rifiutato dal De Carolis (mentre Coletta lo accettò non tanto come stile quanto come momento culturale), non si può onestamente negare come entrambi i lati del disco spandessero aromi lisergici che però, a differenza dei contemporanei “Le Stelle di Mario Schifano”, erano frutto di una strumentazione totalmente acustica. 

In “Danze della sera” particolari tecniche d’incisione fecero si che le chitarre “evocassero timbri di liuti, tiorbe e spinette”, mentre in “Le pietre numerate” il gruppo si avvalse di una sezione di ance doppie composta da un oboe, un corno inglese e un heckelphon (una specie di oboe baritono). In più, si aggiunse una “violaccia”, strumento ad arco a 6 o 10 corde inventato dal De Carolis che ricordava a volte la vielle à roue dei trovatori francesi, e a volte certi strumenti orientali.

SEGUE NELLA SECONDA PARTE