Buone Vacanze e Buon Rientro!

John N. martin
Dear Sisters and Brothers,
come sempre in questo periodo è venuta l'ora di augurarvi Buone Vacanze.

Dovunque andiate o dovunque sarete, cercate di rilassarvi, divertirvi,
o comunque di impiegare al meglio il vostro tempo.

JJ non vi lascia soli, ovviamente,
ma vi da un duplice appuntamento in edicola:

1) Su VINILE i primi di Agosto con un lungo e toccante articolo su Demetrio Stratos, nobilitato da ulteriori quanto preziosi contributi di Michele Neri...

2)  ... e su CLASSIC ROCK LIFESTYLE i primi di Settembre dove parlerò ampiamente
dei T.REX a quarant'anni esatti dalla scomparsa di Marc Bolan. Con la benedizione
del direttore Maurizio Becker e la consueta grafica imperiale di Francesco Coniglio.

Naturalmente continuate a commentare, e io vi risponderò sempre finché avrò campo.
BUONE VACANZE ancora,
vostro, JJ John

Waters, Isgrò, e i geni del web...

copertina
Scusate l'off topic, ma non ho resistito.

Riguardo la recente polemica-bufala Waters-Isgrò sulla copertina di "Is this the life we really want",
mi permetto di segnalarvi un commento postato il 26  luglio 2017 su questa pagina di Tg Com,
a firma di tale DEMCA.

Il comment dice testualmente:
"...non ho ancora acoltato il disco di isgrò, però quello di waters è davvero molto molto molto bello...plagio? non credo waters ne abbia bisogno, sono due cose diverse, anche se ad un profano sembrano simili...mah. "

Nel momento in cui scrivo, nessuno ha ancora riportato DEMCA alla dura realtà.
Dai lettori del TG Com non mi aspetterei altro,
o forse sono molto più diplomatici loro, rispetto a un mio potenziale intervento.

Quindi: d'accordo essere "social", ma fino a un certo punto.

Complimenti vivissimi anche alla giudice Silvia Gani per aver attribuito a Emilio Isgrò la paternità delle famigerate cancellazioni perpetrate da Waters.
Forse per lei, Morgenstein e Man Ray non sono mai esistiti.

Quiz di primavera Vs. 2.0. - SOLVED!

Quiz di primavera 2017
ECCOCI QUA SISTERS & BROTHERS:
chi era dunque questa meravigliosa creatura?
  
Non poteva essere Big Di Giacomo, lui pesava almeno il triplo, 
e nemmeno Peter Gabriel che è nato già truccato.
Lucio Dalla era più villoso, 

ma Phil Collins o David Crosby erano una buona idea.
Io proprio no! Ero magrissimo e portavo già gli occhiali!
Invece... bravissimo Frank che ci ha azzeccato in pieno!
Si tratta infatti del piccolo EUSTRATIOS DEMETRIOU, ritratto a sei mesi di età.

Grazie a tutti per la simpatica partecipazione e...
... ci vediamo al prossimo quiz. 

2007 - 2017. CLASSIC ROCK COMPIE DIECI ANNI!

Rock Progressivo Italiano Anni 70 - Italian progressive Rock
Con un post su Fetus di Franco Battiato, il 20 Maggio del 2007, esattamente DIECI ANNI FAPARTIVA L'AVVENTURA di John's Classic Rock, sito specializzato sul Rock Progressivo Italiano anni Settanta, libero, aperto, indipendente, unico.

Detto tra noi, mai e poi mai mi sarei sognato di fare tanta strada. Per cui, in una ricorrenza del genere dovrei forse spendere fiumi di parole per celebrarlo.

Scusate la modestia ma oltre due milioni di visitatori non sono pochi, e questo senza contare tutte le prestigiose personalità del prog che di persona si sono avvicendate nei comments: da Giovanni Tommaso, a Jimmy Spitaleri. Da Valerio Negrini a Jenny Sorrenti, passando per Alberto Radius, Patrizio Alluminio, Vincenzo Coccimiglio, Gianfranco Coletta, Rinaldo Prandoni, Furio Sollazzi, Fabio Zuffanti, Piero Mangini, Antonello Musso, Marcello Quartarone, Stefano Testa, Andrea Centazzo, Riccardo Tosi, Gianni Bianco, Mox Cristadoro e Max Meazza. E queste sono solo alcune delle grandi firme che mi vengono in mente.

Farò invece qualcosa di meno autocelebrativo, ma molto più sincero. Come si conviene a questi tempi di troppa crisi e troppa tracotanza.
Volevo SOLO, SEMPLICEMENTE e SINCERAMENTE RINGRAZIARVI perchè John Classic Rock siete stati (e siete!) soprattutto VOI.

VOI LETTORI che lo avete seguito, commentato, criticato, e supportato.
VOI MUSICISTI e testimoni partecipati che lo avete arricchito con le vostre osservazioni, ma anche con le debite correzioni ai miei refusi.
VOI AMICI che mi avete sempre affiancato, che mi tenete botta tuttora, e la cui stima ed affetto è per me la soddisfazione e l'orgoglio più grande a cui avessi mai potuto aspirare. 

In questo senso un particolare abbraccio va ai miei amici, fratelli, maestri, colleghi e mentori: Riccardo Bertoncelli, Michele Neri, Augusto Croce, Francesco Coniglio, Franco Brizi, Mathias Scheller, Vittorio "Vikk" Papa, Riccardo Storti, Massimo Pescetelli, Fabio Capuzzo, Massimo e Pino della Black Widow di Genova, Paolo Barotto e Gianni Lucini.

E infine (perché è doveroso anche questo), un glorioso pensiero a coloro in questi anni hanno preso l'ultimo treno della vita. Sicuramente verso una destinazione magnifica, ma che ci ha lasciato, oltre alla loro arte, anche un po' di malinconia. Quindi: GRAZIE PER TUTTO QUELLO CHE CI AVETE DATO e anzi: per tutto quello che ancora ci darete, perché le emozioni, come l'anima, non muoiono mai!

Ecco ciò che desideravo dirvi in occasione di questa importante ricorrenza.
Lo so, forse esprimendomi troppo semplicemente, senza troppe implicazioni socio-psico-analitiche come mio solito, ma questa volta volevo che la freccia vi colpisse dritta al cuore.

Il più grande abbraccio possibile a tutti voi,
Non disperdiamoci,
e ricordate...
... LA LOTTA CONTINUA!

JJ John

La Bottega dell'Arte: Addio / Notturno per noi (1974)

notturno per noi
MELODICI PER VOCAZIONE, PROGRESSIVI PER ERRORE

Io credo che nessuna persona senziente che abbia ascoltato La Bottega dell’Arte dal 1975 in poi, potrebbe inscriverla in un contesto progressivo.

Semmai, sin dal loro primo successo Come due bambini e dal loro primo album eponimo del 1975 fu chiaro come avessero contribuito anch’essi al declino del nostro pop

Ambasciarono le atmosfere più effimere di un’Italia sempre meno antagonista; contribuirono a diffondere quel provincialismo da balera che aprì le porte alle peggiori metastasi musicali degli anni Ottanta, ma peggio ancora, sembrava fossero persino orgogliosi di quelle loro melodie virginali arrangiate nel più insipido dei modi possibili. Ma non furono gli unici. 

Nel momento in cui il prog si concesse alle contaminazioni, e far cassetta significava imitare i Pooh, qualunque artista in bilico tra avanguardia e sopravvivenza scelse il carro dei vincitori. Aprì la strada Alan Sorrenti con Sienteme, e tutti gli altri gli andarono appresso. Ma se Sorrenti fu perlomeno un grande contaminatore, la maggior parte dei figli illegittimi di Facchinetti e soci, si rivelarono dei semplici mestieranti. 

La Bottega dell'ArteDel resto non c’era da sorprendersi: l’Italia navigava come una barchetta di carta in mezzo alle tempeste; entrava e usciva dalle crisi economiche così come Andreotti, Moro e Rumor da palazzo Chigi, mentre la lotta armata e l’antifascismo militante cominciavano a ripagare di pari moneta i fautori della riconversione produttiva
Gli stessi contrasti all’interno delle fabbriche si erano radicalizzati dopo l’occupazione di Fiat Mirafiori del 1973; lo scenario internazionale era incandescente, e nuove paure si addensavano sull’alba del nuovo decennio. 

Occorreva dunque un nuovo pacificatore mediatico, un tranquillante sociale che rabbonisse e rassicurasse l’italia casalinga e nazionalpopolare, o parafrasando Gaber, facesse credere a tutti di essere sani

 Enrico ZannelliEd è così che dalla metà degli anni Settanta l’Italia fu invasa da gruppi e solisti neomelodici che, al di là del loro palmares o delle loro effettive qualità, si adoperarono per azzerare tutto ciò che di straordinario il prog aveva prodotto in due lustri di storia. 
Un elenco infinito di nomi nuovi, ma anche di sopravvissuti al miglior pop italiano che, se qualche anno prima avevano incarnato l’avanguardia, ora ne diventavano i becchini. 

Tra loro, l’ex chitarrista dei New Dada Franco Jadanza, artefice della svenevole Ragazzina con lo pseudonimo di Luca D’Ammonio; Angelo Sartori dei Raminghi che confluì nei Daniel Sentacruz Ensemble, e il tastierista dei Panna Fredda Giorgio Brandi passato ai Cugini di Campagna

Eppure, in tutto questo tsnumani di melassa, qualcosa scappò di mano a qualcuno, e questo “qualcuno” era proprio il quintetto romano della Bottega dell’Arte capitanato da Piero Calabrese, poi diventato uno stimatissimo arrangiatore, produttore e compositore.

La Bottega dell'Arte Notturno per noi
E cosa sfuggì loro di mano? Il primo 45 giri Addio (ottobre 1974) che affiancava un lato A palesemente melodico, al sorprendntemente diverso, Notturno per noi: oltre sette minuti di prog allo stato puro dove su una tessitura ritmica degna delle migliori Orme - piuttosto  che dei Focus - si intrecciavano momenti eterei e terremoti stumentali, sofisticati solismi, corali maestosi, e un tema portante a base di chitarra e piano arpeggiato. Da non crederci. 

Eppure, quello che avrebbe potuto essere un gioiello del rock italiano, si rivelò subito un incidente di percorso: la Tomato Records aveva pubblicato il disco senza l’autorizzazione del gruppo, e il singolo sparì dalla circolazione al punto da non venire mai più ristampato, né addirittura menzionato dagli stessi protagonisti. 
Evidentemente, malgrado le sue indiscutibili capacità tecniche, la band non ci teneva affatto a mostrare il suo lato più hard, a vantaggio di quel candore che li avrebbe portati al successo. Ma personalmente, credo che mai come in questo caso l’eccezione fosse (infinitamente) meglio della regola
Da ascoltare in ogni caso con attenzione, e tanta malinconia per un’occasione perduta.

Battiato: Fetus (1972)

battiato fetus 1972Quando Francesco Battiato arrivò da Jonia a Milano nel 1965 con molte idee e pochi soldi, non era il distinto e posato signore che conosciamo oggi, anzi, prorprio tutto il contrario.
Malgrado le mille difficoltà possedeva infatti una determinazione fuori dal comune che lo portò non solo a sopravvivere nel cinico mondo della musica leggera, ma ad affermarsi come una delle principali realtà dell'avanguardia Italiana.

La prima fase di sostentamento si risolse già nel 1965 con la pubblicazione di due "flexi disc" per la NET (retribuzione: diecimila lire a disco) e nella costituzione del duo "Gli ambulanti" in coppia col pianista e compaesano Gregorio Alicata per cantare canzoni di protesta davanti alle scuole

Lo step successivo fu quando i due vennero notati da Giorgio Gaber che fece fare loro un provino.
La cosa non funzionò e Battiato scelse di proseguire da solo senza Alicata, visto che nel frattempo Gaber gli aveva procurato un contratto con la discografica Jolly.
Arrivano così altri due singoli ("La Torre" e "Triste come me", 1967) e infine il prestigioso passaggio alla Philips con la quale inciderà ben tre 45 giri tra il 1969 e il 1970: tutti di stampo romantico e tutti di un certo successo (si dice fossero quattro, ma l'ultimo non venne pubblicato).
battiato fetus 02 

Ad un certo punto però, qualcosa non va.
Siamo al principio del 1971 e Battiato capisce che i tempi sono maturi per osare di più. Lui è un grande appassionato di biologia, esoterismo, letteratura tedesca e musica elettronica, e la fase romantica comincia a stargli talmente stretta che, più di una volta l'avrebbe rinnegata nel corso della sua carriera.
Stando alle sue stesse parole, Battiato voleva in pratica "trovare una musica che fosse il corrispettivo letterario di ciò che lo interessava".

A questo punto, l'artista si chiude in un mutismo radicale rinunciando a molte serate e alle lusinghe delle majors, e inizia a cambiare completamente frequentazioni avvicinandosi sempre di più al fervido ambiente dell'avanguardia milanese.
Si dota di un modernissimo VCS3 e decide che da ora in poi inciderà qualcosa solo se ne avrà il pieno controllo.
Per realizzare i suoi piani, bussa così alle porte della neonata etichetta Bla Bla di Pino Massara che lo accoglie a braccia aperte.
Risultato: il suo primo trentatrè giri "Fetus", concepito
nel 1971, registrato alla Sala Regson di Milano (la stessa di Celentano e Mina) e pubblicato nei primi mesi del 1972. 

battiato fetus 03Che Battiato abbia intenzione di scioccare, lo si capisce sin dalla celebre copertina dell'A.l.s.a di Gianni Sassi raffigurante un feto maschile (presumibilmente morto), dall'esplicita foto pop al suo interno e dalla quarta che ritrae il nostro in una personalissima tenuta spaziale.

Concettualmente, il disco guida l'ascoltatore nel processo della genesi umana dal suo concepimento sino alla nascita, e musicalmente si rivela una novità assoluta per l'Italia: un misto tra elettronica e Bach, tra Oriente e Occidente, tra cantilene infantili e voci spaziali, tra melodia e rumoristica.
Ingenuità e aggressività si mescolano in un insieme omogeneo ed incalzante in cui Battiato sembra voler mettere a punto tutte le linee della sua filosofia artistica.


 battiato fetus 04 Nell'incedere dell'ascolto non si trova nulla di scontato ed ogni nuovo movimento è una scoperta musicale e strumentale (con lui suonano sei musicisti) sempre funzionale al racconto. 
Si parte dalla descrizione del concepimento vista dalla parte del nascituro ("Non ero ancora nato che già sentivo il cuore […] M'incamminavo adagio per il corpo umano. Giù per le vene, verso il mio destino") per arrivare attraverso i vari processi biologici ("Cariocinesi", "Energia" "Mutazione" ecc…) alla luce della vita.

Dove non permeata da formule e citazioni scientifiche ("Fenomenologia"), la poetica di "Fetus" rivela una "pietas" straordinaria e una coscienza artistica che pur se non ancora perfettamente sviluppata, è ormai solidamente parte di colui che diventerà uno dei più innovativi artisti del nostro secolo.

A dispetto di qualche polemica occasionale (la foto di copertina fu tra i bersagli favoriti della stampa borghese), "Fetus" otterrà un riscontro notevole che venne ulteriormente rafforzato da un 45 promozionale ("Energia" / "Una cellula") e da incessanti apparizioni dal vivo ai principali Festival Pop di cui fu sempre graditissimo ospite.

Il suo interesse all'Underground e alla Controcultura verrà favorevolmente ricambiato e, al di là di trascurabili contraddittori, porterà il ragazzo di Jonia ad una considerazione sempre più alta.
In questo senso, Fetus è da considerarsi tra i migliori album dell'avanguardia Italiana.

Ne esiste anche una versione in inglese mai pubblicata ufficialmente, ma infinitamente meno incisiva di quella originale.

FRANCO BATTIATO - Discografia 1972 - 1975:
1972: FETUS
1972/73: LA CONVENZIONE - PARANOIA (45 giri)
1973: POLLUTION
1973: SULLE CORDE DI ARIES
1974: CLIC
1975: M.ELLE LE GLADIATOR

Elektriktus: Electronic mind waves (1976)

elektriktusNEI COMMENTS INTERVIENE ANDREA CENTAZZO.
Grazie Maestro!



Facciamo un’attimo il punto della situazione. Siamo nel 1976: la musica elettronica, la Kosmische Musik e l’Art-Rock sono una realtà europea da quasi dieci anni.
 

A casa nostra, dopo cinque Lp uno più folle dell’altro, il solo Battiato si appresta a varcare la soglia tra la prima fase fase elettronico-sperimentale e quella più colta: un balzo che non gli darà molti indotti, ma che lo consacrerà tra più grandi innovatori della musica italiana.
Nello stesso ambito, si distingue anche per qualità e stile l’album “Sonanze” (1975) di Roberto Cacciapaglia che però resterà un episodio isolato.

All’estero, e in particolare in Germania, i Kraftwerk hanno
già pubblicato cinque albums (tra cui i vendutissimi “Autobahn” e “Radioactivity”), i Tangerine Dram sei, i Can e i Popol Vuh almeno sette. In Francia, Jean Michel Jarre ha appena sfornato il suo terzo LP “Oxigene” che gli aprirà le porte del successo planetario e farà da traino ad una pletora di musicisti che sino ad allora erano riusciti a pubblicare poco o niente. Tra questi, un curioso gruppo di nome Rockets la cui “space-disco” sbancherà le classifiche di mezza europa, in particolare quella italiana.
 

Non ci è dato di sapere se fu per cavalcare la nuova onda francese o per qualche altra oscura dinamica ma finalmente, proprio nel 1976, anche in Italia qualcuno ebbe il coraggio di dare alle stampe un disco di musica elettronica in stile Kraut, riprendendo così il filone inaugurato tre anni prima dai fiorentini “Sensation’s Fix”. Si tratta della casa discografica PDU (quella di Mina), già distributrice italiana delle pretigiose etichette tedesche Kosmische Kuriere e Ohr.andrea centazzo 

Il nostro gruppo non si chiamava “Tangerine Dream” ma “Elektriktus” e i musicisti non erano Froese, Franke e Baumann ma un ensemble non meglio identificato diretto dal percussionista udinese Andrea Centazzo (o forse era soltanto lui), anch’egli in forza alla PDU con già tre album alle spalle di cui due proprio per l’etichetta dell’ex Baby Gate: “Ictus” del 1974 e “Fragmentos” del 1975.Electronic mind waves”, questo il titolo del disco, esce con una copertina singola laminata e sin dal primo sguardo si capisce che si tratta di qualcosa di particolare.
 

La grafica del titolo è in puro stile anni ’70 e mutuata senza neppure troppa delicatezza da quei caratteri che furono cari alla Cramps di Gianni Sassi.
La sleeve image però, associa il titolo “Area-styled” a un immagine che sembra arrivare dallo spazio profondo se non addirittura da qualche misterioso trattato di psicologia esoterica.

Per il resto: niente credits, niente note di copertina, niente foto aggiuntive.


Si sa per certo che tutti gli otto brani (tre sul primo lato e cinque sull’altro) sono stati composti da un certo “Mr.Elektriktus(il che non è una gran consolazione), che l’album è stato prodotto grazie all’uso di macchinari Teac e che il mixdown è stato realizzto ai “Basilica Studio” di Milano: un ultimo dettaglio questo, che lascia supporre che le matrici fossero state realizzate altrove e forse a scala privata.

In buona sostanza, tutto ciò che si può sapere di questo lavoro è deducibile solo dal suo ascolto o da testimonianze dirette che però non sono molte, anzi: nello stesso sito personale di Centazzo, il disco “Electronic mind waves” non compare nemmeno.
Lasciamo allora che siano le "onde della mente elettronica" a guidarci nella nostra recensione.


 electronic mind wavesLe prime battute della leading-trackFrequency departure(=“inizio” o “partenza” delle frequenze) non dicono nulla di nuovo: i rumori d’avviamento di un’automobile, si sono già sentiti in “Autobahn” dei Kraftwerk e non sembrano il massimo dell’originalità.
 

I successivi sviluppi del sound, palleggiati tra “Mysterious semblance at the strand of nightmares” (da “Phaedra” dei Tangerine Dream) e ancora molte manciate di Kraftwerk, non sollevano di molto l’originalità del lavoro. Eppure, nell’onesto procedere di patterns, frequenze e oscillazioni, ci si accorge che qualche sincero barlume di mediterraneità c’è e che forse l’esperimento italiota di casa Mazzini aveva un suo senso.
 
A questo proposito, brilla un intervento jazzato di contrabbasso in “Fifth wave” che effettivamente non può lasciare indifferenti: una mescola dal sapore davvero intrigante che, pur se per poco, ci ricorda che in fondo siamo la patria degli Area e del Perigeo e di grandi jazzisti di fama internazionale.
Tuttavia, se si eccettua il fatto che “Electronic mind waves” sia uno dei primi dischi integralmente costituiti da musica cosmica, altre novità non ce ne sono.
Fuori dai nostri confini sono già avanti anni luce e a noi rimane una doccia di note che ci conferisce per l'ennesima volta lo status di “periferia dell’impero”.

New Trolls: La prima goccia bagna il viso (1971)

new trolls  1971
“"La prima goccia bagna il viso" è un pezzo lunghissimo che occupa tutte e due le facciate di questo 45 giri dei "New Trolls", che è una conferma delle capacità del complesso che nonostante i continui attacchi di altre formazioni pur preparate, seguita a recitare, nel nostro modo musicale, una sua parte determinate.

Sicuramente i "New Trolls" sono tra i pochi complessi, venuti ultimamente alla ribalta, che sono riusciti a dire qualcosa di nuovo e rimanere attaccati alla loro dimensione musicale ritoccando solo di tanto in tanto le loro "idee", e quelli che sono i cardini del loro suono, senza saccheggiare a piene mani "sound" estranei ma estraendo dalle esperienze altrui le novità per ritoccarle e ripresentarle sotto una nuova veste: la loro”. 

Con questa tortuosa scheda pubblicata sul Ciao 2001, e che ho fedelmente riportato “virgolette” incluse, Fabrizio Cerqua recensiva nel settembre del 1971 il nuovo 45 giri dei New Trolls targato Cetra SP 1460. Singolo che seguiva a corto muso Adagio/Allegro, estratto qualche mese prima dall'album Concerto Grosso.

Ma se in quell'occasione il gruppo si divise tra romanticismo e digressioni blues-psichedeliche, La prima goccia bagna il viso disvelò la loro indole più progressiva: atmosfere e testi evocativi, tecnicismi, intarsi, stacchi, e gigantismo sonoro con tanto di gong e tuoni registrati dal vivo.. 
Insomma, un brano perfettamente in linea con quell’avanguardia musicale che nel 71 cominciava a dare il meglio di sé: Premiata Forneria Marconi, Orme, Trip, Osanna e Nuova Idea. Ma non è tutto. 

la prima goccia bagna il viso
Il disco si presentava infatti con un design essenziale ad opera dello studio grafico Gian Carlo Greguoli, raramente utilizzato in Italia, e che rimandava al miglior minimalismo grafico degli anni Sessanta: nome del gruppo, titolo del brano, casa discografica, numero di catalogo, e in 'corpo quattro' una menzione d'onore alla tipolitografia Silvestrelli e Cappelletto.

Quasi un invito insomma a concentrarsi esclusivamente sulla musica, che a sua volta sorprendeva l’ascoltatore con i suoi otto minuti e mezzo spalmati su due lati
Una soluzione inevitabile data la lunghezza della composizione, ma che conferivano al brano un fascino transnazionale, magnificato peraltro dal nuovissimo sintetizzatore Arp 2600 che De Scalzi sfruttò senza alcun timore reverenziale. 

 “Abbiamo fatto una cosa che non ha mai fatto nessuno, e siamo stati anche diversi da altri gruppi tipo i Pooh che battevano il ferro finch'era caldo”, dirà Nico in un’intervista a Radio Luxembourg. “Loro facevano una canzone guida e tutte le altre sullo stesso stile. Noi no: eravamo curiosi, cambiavamo improvvisamente genere. Il pubblico magari non recepiva subito il messaggio, ma poi alla fine lo acclamava”. 

Ma anche le liriche furono particolari. Brevissime. Appena 300 battute sospese tra un’invocazione in stile beat e una rivendicazione disperata e concreta: quella di una contadino che, preoccupato per una lunga siccità non solo fisica ma spirituale, prega l’Onnipotente di mandargli una pioggia riparatrice. Che lo sollevi dal suo spleen, e soprattutto rigeneri il suo campo quasi bruciato. 

Il temporale arriverà, farà da spartiacque tra i due lati del disco, trasformando ogni nota del lato cadetto in una celebrazione della vita, della natura e di Dio
E a questo punto aveva ragione Nico: mai in Italia si era sentita una cosa simile

Unica nota blasfema: quando i New Trolls la presentarono al Festival di Venezia, proprio a Nico si ruppe la cintura dei pantaloni. Per la precisione dei bellissimi jeans rotti e strappati. Rimediò con una corda trovata nel backstage.
I New Trolls portarono a termine l’esibizione, e poco importa se vinsero la sciantosa Milva e gli svenevoli Middle of the Road.

Il prog italiano era ormai una luminosa certezza.

Spirale: Spirale (1975)

jazz rock progressivo italiano
Siamo nel 1974, e mentre il progressivo italiano usciva da quel biennio d’oro in cui produsse quasi tutti i suoi capolavori, qualcuno pensò bene di contaminarlo ulteriormente con altri linguaggi. Ad esempio con quella musica Jazz che grazie soprattutto alla neonata manifestazione Umbria Jazz stava richiamando platee sempre più vaste. Ma non fu un percorso semplice. 

Ritenuto infatti da molti militanti ostico, elitario e pure filoimperialista al punto di essere spesso contestato dall’Autonomia come accadde a Todi nel 1973, il Jazz dovette lottare non poco per imporsi a livello di massa. E questo anche se, sotto certi aspetti era un genere molto più simile al prog di quanto non si pensasse.
Prova ne è che molte band che all’epoca orbitavano nei circuiti più conflittuali ne fecero largo uso e continuarono a ricorrevi a lungo: Area, Arti e Mestieri, Dedalus, Perigeo, Uno, Salis, solo per citarne alcune. 
Il tutto per non parlare di certi cantautori di rango che facevano a gara per accaparrarsi i migliori turnisti provenienti proprio dal Jazz come Enzo Jannacci con Bruno De Filippi, Gino Paoli con Renato Sellani, ma anche un insospettabile Francesco Guccini che nella sua backing band annoverò gli ex Pleasure Machine al gran completo Ellade Bandini, Vince Tempera e Ares Tavolazzi

Verso la metà degli anni 70 insomma il Jazz fu più “utilizzato” che non “suonato” al suo stato puro. Certamente diffuso perché aveva comunque numerosi cultori e interpreti sin dagli anni 50 quando fu la musica principe degli esistenzialisti, ma non ancora così conflittuale come altri generi musicali come il pop e il rock. Men che neno potabile per il pubblico alternativo che, come dicevamo, impiegò diversi anni per digerirlo e lo fece appunto attraverso una lunga osmosi di contaminazioni. 

giampaolo ascolese
In altre parole: per proporre nel 74-75 un album di jazz nudo e crudo ci voleva un certo coraggio: sia come proposta musicale che soprattutto commerciale, in quanto si sapeva già a priori che il disco avrebbe venduto poco o nulla

E questo accadde infatti al primo album eponimo del quintetto romano Spirale capitanati dal bassista-chitarrista Peppe Caporello, a sua volta affiancato dal batterista Giampaolo Ascolese poi diventato famosissimo, Corrado Nofri alle tastiere, Gaetano Delfini voce e tromba, e Giancarlo Maurino al flauto e al sassofono.

Scoperti dal sassofonista Mario Schiano, padre del free Jazz italiano che li segnalò al produttore Toni Cosenza, gli Spirale vennero scritturati dalla discografica King Universal del noto cantante melodico Aurelio Fierro che sino ad allora aveva prodotto, oltre che se stesso, quasi esclusivamente musica nazional-popolare: Tony Astarita, Peppino Gagliardi, i cattolicissimi Gruppo 2001 e il cabarettista Gianfranco Funari.

Tuttavia, proprio quando il profumo di Jazz cominciò a pervadere la penisola, Fierro decise di dargli ben due chances: la prima alla fine del 1974, appunto con gli Spirale, e poco dopo pubblicando l’Lp On The Wayting List dello stesso Schiano

jazz prog italiano
Va da sé che nessuno dei due dischi ebbe all’epoca il minimo riscontro, ma mentre quello di Schiano rimase appanaggio di pochi eletti, l’album degli Spirale assurse negli anni a vera e propria icona del modernariato.

Un motivo logico invero non ci sarebbe, anche perchè furono entrambi prodotti di altissima qualità e includevano tutti e due future stelle del Jazz (Ascolese da una parte e Maurizio Giammarco dall’altra) ma, senza nulla togliere al grande contraltista napoletano quello degli Spirale fu davvero un lavoro molto particolare per un gruppo underground: un ensemble potente, dinamico e ben coordinato e una qualità sonora ben oltre i livelli standard di una qualsiasi etichetta indipendente.
In pratica: quattro brani composti dal solo Peppe Caporello che restituirono poco più di mezz’ora di musica, incisa presumibilmente in presa diretta presso lo studio Junior di Roma e pubblicati per la collana "King Jazz-Line" a cura di Toni Cosenza

All’ascolto, balza immediatamente all’orecchio il grande affiatamento del gruppo che bilancia con grande classe solismi e piene orchestre in un susseguirsi di atmosfere talora dinamiche come in Rising, profonde e introspettive nella splendida Ballata per Yanes, oppure variegate e miste nella conclusiva Peperoncino
Sempre inappuntabili i call and answer tra gli strumentisti, con quel giusto grado di improvvisazione che resel’album davvero completo e stuzzicante. 
In pochi lo capirono all'epoca della pubblicazione, ma ancora oggi merita ben più di un ascolto.

Blues Right Off: Our Blues Bag (1970) - Un esemplare curioso.

Recentemente mi è capitata sott’occhio questa copia senza copertina di Our Blues Bag dei Blues Right Off, croce e delizia di tutti i collezionisti di pop italiano. 

blues right offPurtroppo, la label presentava scritte e vistosi segni di pennarello che deprezzano l'intero Lp, ma che, se osservate attentamente, spiegherebbero ulteriormente la sua difficile reperibilità.
Vediamo perché. 

1°) Innanzitutto sono stati cancellati tutti i riferimenti alla formazione originale dei Blues Right Off e dei suoi collaboratori: il nome della band, quello di Claes Cornelius che compose tutti i brani dell’album, e quello di Ermanno Velludo che fu l’allora tecnico del suono. 

2°) Compare poi una curiosa scritta in alto a destra del lato A, “BLUES SOCIETY, 1972”, con la sola data replicata sul lato opposto “1972”. 

A questo punto verrebbe da chiedersi come mai un simile cimelio sia stato sfigurato al punto di abbatterne il valore a poche centinaia di euro, se non meno. 
Io precisamente non lo so, e anzi spero che qualcuno dei diretti interessati si faccia vivo per spiegarcelo.
Ho però elaborato una mia versione che credo possa essere attendibile

Come noto i Blues Right Off si sciolsero nel 1970 dopo la pubblicazione del loro primo Lp. 
Sappiamo che Claes Cornelius se ne tornò in Danimarca nel 1974, ma soprattutto che il bassista Giancarlo Salvador confluì, guarda caso, proprio nei Blues Society del compianto Guido Toffoletti, bluesman già attivo sulla scena veneziana dai tempi del beat.

Potrebbe dunque starci che alcune copie del prezioso Our Blues Bag siano state utilizzate nel 1972 come demo dalla Blues Society? Che so, per presentarsi al gestore di un locale, a una radio, o comunque per fungere da biglietto da visita di una band che non aveva ancora inciso nulla, ed era probabilmente allo stato embrionale? 

Ciò spiegherebbe come mai sarebbero stati cancellati tutti i riferimenti agli Our Blues Bag, perché sarebbe sparita la copertina sulla quale ovviamente c’erano tutti i credits a loro relativi, e perché comparirebbe appunto la scritta "Blues Society".

Ora, quanti esemplari come questo abbiano subito la stessa sorte, non lo so. In ogni caso si tratterebbe di una quantità copie rovinate che avvalorerebbero ancora di più quelle sane, rimaste ormai davvero poche.
Chi sa qualcosa, si faccia avanti.

Salis: Dopo il buio, la luce (1979)

rock progressivo italiano
Mai del tutto convincente in ambito rock, la Sardegna degli anni Settanta è stata invece una grande fucina di talenti folk e soprattutto jazz: Paolo Fresu, Cadmo, Antonello Salis, Marcello Melis, e i fratelli Salis che a cinque anni di distanza da Seduto sull’Alba a Guardare pubblicarono nel 1979 il loro terzo album Dopo il Buio La Luce, considerato unanimemente il loro capolavoro. 

All’epoca il gruppo è spesso stanziale in quel di Cremona, ha dimenticato le ingenuità e la forma cantautorale degli esordi, ha rivoluzionato più volte la formazione (ora accanto a Francesco e Antonio Salis ci sono Antonio Lotta alle tastiere e Antonio Sardu alla batteria) e probabilmente stimolato dall’assidua frequentazione con Mauro Pagani, ha ormai intrapreso un discorso jazz rock a tutti gli effetti pur se con ampie aperture verso la fusion

Registrato per la piccola discografica IAF già label dei Dalton, il nuovo disco dei Salis rivela una maturità tecnica e compositiva sorprendente, sia per la qualità della registrazione che sostiene senza cedimenti la potente dinamica delle otto composizioni, sia da un punto di vista musicale là dove le indiscutibili qualità dei musicisti riescono sempre a dare il meglio di sé senza alcuna prevaricazione

Si prendano ad esempio i fluenti chiaroscuri della leading track Novembre in cui una ritmica seduttiva e cadenzata fa da tappeto a un continuo call and answer tra chitarra e tastiere, oppure la successiva Rapsodia per Emigrazione dove una solida architettura ritmica palleggiata tra etnica e crossover, disvela una straordinaria fantasia cromatica.

Dopo il buio la luce
Per tre quarti strumentale, Dopo il Buio La Luce non presenta cali di tono neppure nei due brani vocali che anzi restituiscono ulteriori prospettive sonore. La prima ambasciata da Diablo che in un incantatorio groove arabeggiante omogeinizza sapientemente tastiere e chitarre, e l'altra dalla conclusiva Yankee Go Home: una ballata ludica e solare che giusto per non farsi mancare nulla, sferra un’orgogliosa zampata antimperialista paragonando la colonizzazione dei territori indiani del Nord America a quella operata in Sardegna dai mercificatori continentali

Unico punto debole, la data di pubblicazione dell’album che lo rese un prodotto fuori tempo e purtroppo anche fuori mercato.  Poco appetibile per i fan del rock progressivo ormai defunto da tre anni, e vista la sua pessima distribuzione, anche per coloro che in quel 1979 dominato dalla disco-music, dal punk e dalla new-wave, cercavano disperatamente musiche di profilo più elevato

Non a caso, fatta eccezione per qualche zona della Sardegna, l’ultima fatica della band prima dello scioglimento non solo venne praticamente ignorata, ma ristampata per la prima volta solo trent’anni dopo grazie all’interessamento della Giallo Records di Carate Brianza.

Un vero affronto alla musica di qualità che però nulla toglierà mai al valore intrinseco del disco. Un gioiello di nicchia che dimostrò come, anche nella terra di Maria Carta, Marisa Sannia, Clara Murtas, Piero Marras e del cantu a chiterra, vi fosse già dai primi anni Settanta una decisa volontà di contaminazione stilistica. La stessa che a partire dal 1990 verrà condensata nel cross-jazz di Paolo Fresu, e diverrà fiore all’occhiello per l’Italia intera.